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Il duca di Wellington e il suo quartier generale a Waterloo (NAP0029)

Codice: NAP0029 Categoria:

Il duca di Wellington e il suo stato maggiore a Waterloo: l’esercito multinazionale che lui stesso chiamò infame, lo staff decimato mentre portava gli ordini, e il generale che sarebbe diventato primo ministro.

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Il duca di Wellington a Waterloo: lo stato maggiore sotto l’albero

Un gruppo sotto un albero, un cannocchiale, un dispaccio che viene letto, un giovane ufficiale seduto su un ceppo perché è sveglio da due giorni, i cavalli tenuti a mano, e sullo sfondo la linea rossa della fanteria. In questa tavola non c’è nessuna carica e non c’è fumo. C’è la parte della battaglia che la decide e che non viene mai dipinta: sei uomini, una carta e i messaggi che arrivano.

Chi era, prima di quel giorno

In Italia il duca di Wellington è il nome di una giornata sola, ed è un peccato, perché quando arriva a Waterloo ha già alle spalle l’India e sei anni di guerra in Spagna e Portogallo. È lì che si costruisce la sua reputazione, e non è una reputazione da attaccante: è quella di un comandante che sceglie il terreno, si fa raggiungere e vince stancando l’avversario. Waterloo non è la sua battaglia migliore. È la sua battaglia più tipica.

Un esercito che nessuno avrebbe scelto

Quello che comanda nel giugno 1815 non è un esercito britannico: meno della metà degli uomini lo è. Il resto sono King’s German Legion, hannoveriani, olandesi-belgi, uomini di Nassau e di Brunswick, e diversi di loro due anni prima combattevano per Napoleone. In una lettera del maggio 1815 lo definì un esercito infame, debolissimo e mal equipaggiato, con uno stato maggiore inesperto. Le uniformi disparate della tavola sono esattamente questo.

Un comandante che non sta fermo

Il contrasto con l’altra parte del campo è netto. Napoleone comandava da un punto di osservazione fisso e mandava fuori gli ordini; Wellington passò la giornata a cavallo, spostandosi da un punto minacciato all’altro e dando disposizioni sul posto, perché un esercito che parla quattro lingue non si governa solo per dispaccio. Funzionano entrambi i metodi: servono a due eserciti diversi.

Lo stato maggiore era lo strumento, e fu distrutto

Questi uomini non sono decorazione: portavano gli ordini di persona, al galoppo, dove servivano. Per questo lo stato maggiore ebbe perdite sproporzionate. De Lancey, il quartiermastro generale, fu colpito e ne morì; Fitzroy Somerset perse un braccio; Alexander Gordon fu ucciso. Alla sera Wellington aveva perso buona parte degli uomini attraverso i quali stava comandando dal mattino.

Il generale che diventa primo ministro

La parte che in Italia quasi non si racconta viene dopo: Wellington fece politica per trent’anni e fu primo ministro britannico dal 1828 al 1830, con un mandato ricordato soprattutto per l’emancipazione dei cattolici. Morì nel 1852, con funerali di stato. È una traiettoria che nessuno dei marescialli francesi poté avere: dall’altra parte della Manica un generale vittorioso finiva in esilio o davanti a un plotone.

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